Avevo iniziato a
praticare taiji
dopo una quindicina di anni di karate, ricchipiù di fratture e contusioni che di soddisfazioni. In alcuni anni
di
pratica intensa ero riuscito a raggiungere il grado di cintura nera di
secondo
chieh, stavo seguendo il corso istruttori da almeno tre anni e mi era
stato
affidato linsegnamento di un corso di principianti: potevo ritenermi
moderatamente soddisfatto, eppure avevo qualche perplessità. Perché nei
libri
sulla storia del taiji e negli scritti degli antichi maestri si parlava
sempre
di qi, di questa forma di energia che scaturisce dallinterno del corpo e
né io
né nessuno dei miei compagni lavevo mai sperimentata? Perché fare la
forma del
taiji lentamente, quando poi nelle applicazioni ci si doveva muovere con
una
certa energia e rapidità?
Una domenica mattina
ai
giardini, dove mi recavo sempre a praticare, ho incontrato per la prima
volta
il maestro Xia che si stava allenando. Sono rimasto subito colpito dalla
differenza tra quello che faceva lui e la mia forma: mentre io mi
muovevo
lentamente ma a scatti, i suoi movimenti ricordavano quelli di un
serpente che
si srotolasse; riconoscevo le sequenze, ma che differenza di
consapevolezza, di
emanazione di potenza, cera un abisso!
Quando si fermò, mi
avvicinai e
gli chiesi se avesse voglia di effettuare qualche esercizio di spinta
(tuishou)
con me. Il maestro acconsentì, con la gentilezza che gli è abituale, e
dopo un
istante già mi trovavo in difficoltà. ad ogni spinta trovavo il vuoto e
mi
sbilanciavo in avanti, quando cercavo di afferrarlo venivo scaraventato
allindietro, se tentavo di eseguire una leva le sue braccia cedevano,
il suo
corpo girava e mi trovavo la sua spalla o il suo gomito che mi colpiva
più o
meno dolorosamente lo sterno. Al contrario, le mie braccia sembravano
pezzi di
legno che, lungi dal riparami, servivano a lui per buttarmi qua e là,
esattamente come si usa una stecca da biliardo per colpire la biglia.
Dopo
cinque minuti ero già senza fiato, con le spalle indolenzite e la
consapevolezza che avevo perso lequilibrio in media una volta ogni tre o
quattro secondi.
A questo punto gli
chiesi come
mai, mentre in palestra mi sembrava di riuscirea
difendermi egregiamente, contro di lui facevo una figura così
miserevole. La risposta di Xia fu di una disarmante semplicità: perché
il mio
taiji è migliore del tuo.
Di fronte a questa
affermazione
avevo due possibilità: o far finta di niente, dimenticare il maestro Xia
e
continuare con la mia scuola, mantenendo il mio grado e proseguendo con
tutto
quello che avevo imparato sino a quel momento, o buttare tutto alle
ortiche e
ricominciare con lui partendo da zero. Poiché amo le arti marziali e
credo nel
miglioramento, dopo un attimo avevo deciso: gli chiesi se volesse
prendermi tra
i suoi allievi e devo dire, dopo anni che lo frequento, che lunico
rimpianto è
di non averlo conosciuto prima